sabato 13 maggio 2017

cinquecento

- Il bar -

Intaccato dalla beatitudine la capatina al confine tra i vivi e i morti è nella baita, chalet, zattera di legno immersa nel centro cittadino. Seduto sotto le maestose chiome mi affaccio alla balaustra da cui vedo la metropoli piccola orizzontale scorrere alla velocità del traffico di questa primavera; ovunque il verde brillante è rigoroso nei corpi rinsarrati dai foulard, nelle sciarpe, nello spirito del sole che accosta le t-shirt a braccia scoperte dove il nulla non ha patria, il silenzio nemmeno se lo desiderasse, perennemente interrotto dalle presenze che mi circondano. Materializzate in gerani le note fuoriescono dalle casse stereofoniche, il folk singer strimpella il proprio quieto vivere inviando tra caffè cappuccini baci lievi sui refoli del vento. 

lunedì 1 maggio 2017

quattrocentonovantantanove

 
 - Una giornata qualunque -
 
 La storia della giornata più o meno è questa: ho uno screzio puntuto al telefono con la tipa, mi rivolge una battuta che apprezzo per stile, scelta di tempo, ma ha la controindicazione di farmi imbestialire. Le messaggio sul telefono una frase da capitolazione di cuore e anima per procurarle una morte cerebrale istantanea. La giornata non si prospetta un gran chè. Inizio il romanzo di no scrittore americano mi ricorda Cèline, ma è un'altra cosa. La lettura dei romanzi di giorno mi fa dormire. Penso ad alcuni problemi come risolverli nel modo peggiore in modo da creare un futuro plausibile: muore Sansone e tutti i Filistei. La donna matura femminilità vivace passo da footing si fa guardare nonostante l'età. Il film dell'altra sera parlava della realtà del Kossovo serbi e albanasi ortodossi mussulmani. Non c'è niente da fare, la realtà non m'interessa un gran chè. Divago, frasi, momenti, volti, profili, appallottolo tutto e lo getto nel retro della memoria. Mi dedico ad un'introspezione terapeutica ricordando una poesia di Fernando Pessoa; non riesco a scorgere nulla: tutto buio dovrei entrare in me con la pila o l'elmetto da speleologo. Pure il Vangelo è distante in questi momenti. Un attimo di vertigine sono al galoppo sulla neve del morir d'inedia. La musica colta non mi riempie. Ascolto gli Ac/Dc e regredisco per impugnare il centro dell'esistenza. Piano piano risalgo la china ascolto del rap versione club.Fuori dal locale la ragazza di una volta col volto da 12 pollici truccati mi saluta. Mi fermo entro per bere una birra, la scritta " che schifo " mi passa tra la memoria di un recente passato che si rinnova; la devo aver letta sul muro da qualche parte. Condiziona: ho voglia di qualcosa di solidamente schifoso: un hot dog e papatine fritte; unico contributo degli Inglesi alla cucina mondiale. Sto vivendo la vita di un altro, lo accompagno al letto a stomaco pieno.    

domenica 26 febbraio 2017

quattrocentonovant'otto


- Goa -


Mi dice che la piazza era un luogo psicanalitico. I racconti della vita di ognuno venivano ascoltati per costruirsi non per fare pettegolezzo, a vivere si muore e l'oblio è terribile. Bisognerebbe scrivere la vita di ognuno per via che non sia perduta. Era bello vivere allora, non era la giovinezza la causa della nostra felicità, ma la consistenza della vita densa come la consistenza del corpo che ami. Che i nostri germogli sono incomprensibili e noi siamo rami secchi. Una volta applaudimmo il matto del villaggio che aveva recitato una poesia di notte: noi in cerchio seduti ed estasiati dalle parole, ci ammutolimmo per vestire l'eternità nel suono di quelle parole; i gesti del poeta sul palcoscenico della piazza si liberavano dalle mani per appollaiarsi uno ad uno sulla lancetta del tempo, ricordi ? C'eri anche tu, eravamo seduti di fronte al bar Dorando. C'era anche la ragazza di cui eravamo innamorati, era meravigliosa con quei capelli, una bambola, si è laureata sai ? Poi non so, l'ultima volta che l''hanno vista pareva sofferente, seduta in un ufficio pubblico, l'occhio spento sul reale, vivo nella profondità dell'imo, agitava un foglio di giornale a ventaglio, con le labbra circolava nei propri pensieri; è sempre stata strana, l'unico con cui aveva confidenza e parlava è morto, lo conoscevi ? Forse no, era di un altro tempo come me. Ora tutto è in frantumi viviamo un'epoca smemorata. Allora indossavamo una maschera teatrale, è vero, ma era mobile oltrechè nobile, ora vedo indossare quella di ferro, uguale per tutti, ignobile, nobile, educata edulcorata, chi è bravo capisce, ma questo non è l'arte della finzione attraverso cui individui la verità, questa è l'estinzione dell'essere umano, dove c'è danaro si è sempre lontani dalla verità. Viviamo il tempo dello spirito pragmatico della locusta come nulla fosse. L'amore dov'è ? Il grande assente di cui tutti parlano, ma nessuno sente nè vede nè conosce. Sorride. Mi stringe la mano, mi dice che è contento di vedermi e se passo di là, di andarlo a trovare, ci beviamo del vino ci raccontiamo cose, sai dove sto ? Ho lo studio là in mezzo, dopo la curva c'è una lapide di un partigiano morto per non so cosa, un sacco di gente è morta per non so cosa, anche oggi un sacco di gente muore per non so cosa, la morte è inspiegabile per chi pensa di essere immortale: di nuovo sorride alla battuta di spirito che gli è uscita; sto lì in angolo in una porzione di casa a piano terra dentro una lunga vetrata che si affaccia sulla campagna, dove il sole mi possa illuminare con le mie cose, creo sculture cui parlo se fumo marjiuana tento di farle camminare.   


* alcuni chiarimenti su ciò che ho scritto

Goa è lo stato più piccolo dell'India il più ricco. Ex colonia portoghese per 500 anni non ci sono templi Indù, solo chiese Cristiane. Meta dagli anni 60 dei movimenti hippie ha spiagge chilometriche. Goa è il nome del mio amico in questo racconto.

giovedì 16 febbraio 2017

quattrocentonovantasette

                                        

  - 8 e mezzo -


Salgo sul campanile della Pieve di S. Maria sagra in piazzale Re Astolfo, lego una fune di acciaio la tiro sino alla torre della Ghirlandina. Renato da basso con flemma osserva il lavoro parlotta con Valerio. Sulla fune faccio scorrere delle cabinovie. Una Fiat 1100 parcheggia scendono Francesca e Mara a fatica trascinano un corpo. L'ex primo ministro viene deposto in un'aiuola nel giardino del teatro con una motosega sezionato a pezzi. Un lavoro da macellai che le due ragazze eseguono alla perfezione come se lavorassero al macello. Rimesso nel sacco più agevolmente lo poniamo nella cabinovia in modo che sgoccioli abbondantemente nella tinozza posta a terra. Il sangue raccolto verrà usato dalle rezdore per fare i ciccioli alla festa dell'unità. Entro in chiesa della Sagra porto all'altare la ministra con la palpebra a mezz'asta. Quando Don Rino consente di baciarci la bacio, un cunnilingus interminabile. Ho la lingua salata mi alzo per dissetarmi il chierichetto mi allunga un bicchiere di acqua santa la ministra squirta con uno zampillo da porno diva. Wanda la mia maestra elementare con l'acconciatura da Sofia Loren entra in chiesa, il camice nero da maestra statale col misurino con cui si misura il litro, intercetta lo zampillo. Alla luce del sole lo misura mi dice " 8 e mezzo ". Mi chiede se la matematica l'ho imparata o è un'opinione come per tutti, le dico che sono povero perchè ho imparato a fare i conti giusti. Le dico che ero convinto fosse morta mi risponde che quando è necessario torna in vita. Mi riconsegna il quaderno di matematica che mi lanciò nel cestino. Supero la statua del duce Benito Mussolini in piazzale Re Astolfo, Renato fuma un sigaro  osserva la porta murata della mensa Mara e Francesca sedute sul muretto parlano di esplosivi politici da gambizzare. Notiamo nei giardini del teatro una decina di individui, alcuni sono giornalisti prezzolati di quelli che scrivono che tutto è a posto gli altri degli spaventa passeri. Dalla tasca prendo lo zippo marca Dupont, mi avvicino e appicco il fuoco a uno qualsiasi il quale come se niente fosse nella fiammata continua a bruciare senza consumarsi, così gli altri, ognuno brucia senza consumarsi. I giornalisti prezzolati osservano senza prendere appunti. E' tutto a posto. Renato e Valerio pensano che se costoro bruciano senza consumarsi, significa che c'è di mezzo Dio. Mara è atea propone di sparare un colpo in testa a ciascuno, per appurare se il loro Dio è di tipo arcaico o moderno come le armi da fuoco e ha il potere sulle pallottole. La ministra senza mutande nel vestito di tulle alzato sino all'inguine, ci raggiunge, le metto una mano sulla passera per via che non voli via. Tutti insieme con lo stesso sguardo con la palpebra a mezz'asta vediamo la stessa cosa. Giornalisti prezzolati e spaventa passeri falò camminano sul palco del teatro e recitano Les Miserable di Victor Hugo. L'airone con la livrea stampata dalle rotative del Manifesto vola sul campanile, sotto le ali ha tatuato in caratteri inglesi un articolo di Giame Pintor. Non importa che vi dica che mentre m'incammino verso la piazza dedicata ai Martiri vedo un tronco rovesciato e un asse sopra, su cui due teste mozzate d'intellettuali di sinistra, fanno l'altalena; tantomeno dei gabbiani che nell'angolo del sogno si accontentano del loro stupido candore chiassoso nelle discariche anzichè al mare; che sul terrazzo della Sinagoga in piazza, Roman Abramovich a tavolino si fa servire le sublimi ostriche di Cap Ferret da Anna Frank ilare educato mentre passo a piedi mi dice Mazel Tov: son cose che non vengono comprese.




* alcune precisazioni su quello che ho scritto

Il racconto nasce da un sogno il titolo è palesemente riferito al film di Federico Fellini  8 /2

Renato è Renato Curcio fondatore delle Br
Mara è Margherita Cagol co-fondatrice delle Br  ( Brigate Rosse )

Francesca Mambro è stata un'esponente dei N.A.R
Valerio Fioravanti è stato un'esponente dei N.A.R  ( Nuclei Armati Rivoluzionari )

Wanda Carra è stata maestra elementare e moglie del politico carpigiano Vittorino Carra della Dc

Giaime Pintor è stato fondatore del quotidiano Manifesto giornalista e antifascista

Don Rino amabile sacerdote della Pieve di S. Maria detta Sagra

Roman Abramovich imprenditore e politico Russo di origine ebraica

Mazel Tov = buona fortuna in lingua ebraica      


                     

domenica 29 gennaio 2017

quattrocentonovantasei


 - Black sacred -


Busso mi apre la porta, la ragazza robusta mi chiede cosa voglio, le chiedo se posso entrare per vedere. Guarda in sala, si gira, mi risponde si. Il padre della ragazza, mi dà un'occhiata, un cenno col viso mi indica dove c'è un posto. Vecchie seggiole da cinema. La ragazza robusta ha modi cortesi parla il mio idioma, con lo sguardo mi segue nei movimenti. Il padre si accerta che come ospite sia seguito. Nella sua lingua dialoga con figli amici che mi sia fatta la traduzione. La figlia mi chiede se ho con me la Bibbia, le dico a casa, sorride alla risposta, mi sento ingenuo, dico no, ne trova una su un tavolo, me la porge dopo aver cercato il passo di cui la sacerdotessa sta parlando. Daniele capitolo 10. La sacerdotessa riassume il brano, commenta, chiede, da risposte. Parla al microfono l'alto volume non disturba nessuno. Dal piano superiore cui si accede da una scala laterale interna in legno come quella che ho visto in un film girato a New Orleans, si sente provenire una musica da ballo. Sacro profano si tollerano . Nei momenti di silenzio della sacerdotessa, la musica spensierata scivola sulle nostre teste come il gioco di un bambino in un luogo sacro; quando la sacerdotessa parla la ragazza mi traduce; termina di commentare il brano di Daniele della Bibbia, racconta un sogno che fece. L'alto volume della narrazione induce la ragazza ad avvicinarmi la bocca all'orecchio per tradurmi il sogno, incontro un'onda con la vista, la sento di capelli femminili puliti sulla maglia. Nel sogno la sacerdotessa incontra un Demonio che la inganna, lei si accorge dell'inganno attraverso i fiori che sono di fuoco. Il padre della ragazza mi guarda, guarda la ragazza senza dire nulla. Provo un attimo di insofferenza, non ho capito tutto quello che c'era da capire, la ragazza mi ha distratto. Non è colpa sua, la giovinezza mi distrae. Davanti a sè ha il futuro che io ho bruciato e non ho più. C'è uno spirito che vale la pena di conoscere dentro la gioventù, di purezza, non intaccato dall'esperienza; quel modo di vedere il mondo che può salvare il genere umano. Vorrei essere attorniato non da amanti, ma da figli figlie, che generano questo sentimento nell'aria che può respirare chiunque, senza morire prima di scomparire dal creato. La gioventù non mi manca, mi manca la giovinezza attorno, la spensieratezza, il senso di futuro del futuro, che mi / ci è stato depredato, sostituito dalla vecchiezza, dal senso ridicolo che mi / ci pervade ammorba l'aria come consuetudine, normalità di vivere in realtà si sopravvive, poichè la giovinezza che non intacca la nostra società rinsecchita, ha uno spiraglio di luce che irradia gli esseri viventi rendendoli rivoluzionari per il fatto di essere / esistere. Le società giovani squassano l'ordine se si regge ingiustamente scorre il sangue. E il sangue ha fascino / energia, sul sangue si costruisce la via luminosa per ringiovanire la società. La ragazza intuisce un imbarazzo per qualcosa che non sa definire, l'imbarazzo per aver avvicinato e aver percepito la mia diversità di uomo. Curioso, se sono in quel luogo religioso che evoca la patria africana lontana dalla città in cui viaviamo e lontana da me che sono un bianco. La ragazza si allontana aiuta la sorellina a risolvere un intoppo, parla col fratello il quale mi guarda come si guarda l'anomalo con rispetto, torna, nel momento in cui torna, mi alzo dalla seggiola le guardo i capelli voluminosi: la ragzza incinta più in là, il bambino cui ho risposto con una smorfia, il padre assorto nel sermone, la moglie uscita dal coro delle donne gospel. Le allungo la mano per salutarla, allungo la mano al fratello, mi volto, chiudo la porta cigolante, guardo la scala di legno obliqua che porta sopra dove suonano ballano, esco all'aria. La notte. Un gruppo di ragazzi infreddoliti col cappuccio calato in testa a rapper metropolitani mi guarda di spalle andarmene tranquillo.                            

quattrocentonovantacinque



 - Un cocktail con Emily Dickinson -


Seduto al bar sorseggio il mio caffè, tutto nel disegno che mi si svolge davanti è lontano. Il piano americano della donna che fuma di scorcio fuori dalla porta del bar, digita l'abito nero su cui taglia le ali di farfalla; le indossa attraversando la notte ignora i radar, gli infrarossi che detengono il potere dell'invisibile, segue alcuni versi poderosi che le illuminano il percorso, atterra posandosi esattamente di fronte a me. L'uno davanti all'altra. L'onirico mi percuote si deposita sogno di lei nella mente. La donna appende le ali all'appendiabiti. Si siede ordiniamo il cocktail Daiquiri: Ernest Hemingway ne era un forte intenditore rum, limone, zucchero, ghiaccio tritato, maraschino, la versione inventata da Hemingway nota come Papa doble da cui tolse lo zucchero, lo ordinava doppio. Conversiamo amabilmente del nostro modo di vedere la vita, del modo di morire, resuscitare giochiamo con l'eternità di cui l'umanità teme la trama, la prospettiva della parola nella coscienza, prospettiva immagine nell'inconscio collettivo, individuale, sul determinismo dei colori ecc. Emily Dickinson aprezza il Daiquiri sorseggia sulla sedia a dondolo che si è portata dal Massachusetts ascolta le parole che tra noi fluiscono a tal punto, che dolcemente si alza dalla sedia con una forbice di argento taglia alcune frasi annodate, ingarbugliate, dopo essere state espresse nel discorso da cui fuoriescono come da un cilindro nero quattro colombe di bianco lunare, volano di qui di là dentro il bar sino ad atterrare sul tavolino, sul davanzale della finestra bagnata di pioggia, sull'orlo del bicchiere da cocktail, poi ne esce una quinta colomba fatta di jeans con le zampette in ferro rosa pare anch'essa fatta da Dio penso" buffa la vita, vola come le altre ! " Nel frattempo Emily taglia e cuce le parole sino a quando si rimette a sedere sulla sedia a dondolo, mi mostra una parola ricamata da lei su una pezzuola con scritto WOW che mi dona, mi lego alla fronte come pasdaran nella guerra tra Iran / Iraq guardiano della rivoluzione, sulla pezzuola i versetti del Corano passaporto per il paradiso con cui il pasdaran affronta la battaglia. Emily si rimette a sedere sorseggia il Daiquiri lentamente, per manifestarle la mia gioia per il dono del WOW ricamato, aziono il carillon minuscolo piano nero sul banco del bar, la musichetta è accompagnata dalle parole recitate da Ian Curtis cantante dei Joy Division della poesia di Cesare Pavese // Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,  questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla // Thelonius Monk piccolo suonatore del carillon dopo aver atteso l'applauso meritato che nè io nè Emily gli neghiamo per l'accompagnamento musicale alla struggente poesia, fugge a gran carriera scivola sul banco reggendosi alla zuccheriera per l'arrivo minaccioso di uno stormo di uccelli elettrici in volo. Entrati a gran carriera attraverso la finestra dove il colombo bianco lunare tuba sul davanzale avvicinandosi e allontanandosi dal vaso in cui una mano umana piantata a mo' di bonsai da chissà chi, funge da pianta carnivora; uccelli da un lungometraggio di Alfred Hitchcock con la dinamo sotto le ali il becco acceso dal faro atterrano come una foto ricordo nel dehor di tavolini e allo stesso tempo a centinaia di chilometri in piazza del Duomo di Milano. Svolazzano sul volto e la testa di Ian Curtis il quale sorride a Emily Dickinson che ricambia mi sussurra " quel cantante ha un viso da britannico intelligente che viene dalla periferia " Thomas Stearn Elliot uscito dalla toilette sedutosi digita lo smarth phone s'infila l'auricolare si alza butta nel cestino un foglio appallottolato, ed esce a fumare una sigaretta. Lo vedo ridere di gusto mentre se l'accende, si volta mi guarda alza la mano regge un cartello che mi mostra oltre la vetrina del bar, c'è scritto - se il vino non lo reggi te lo devi magnà a chicchi ! ( Bacco ) - Rido sonoramente mi piego verso il cestino, raccolgo il foglio appallottolato lo svolgo in corsivo è vergato il testo della canzone Love Will Tear Us Apart dei Joy Division scritta proprio da Ian Curtis forse la canzone più struggente degli anni 80 /90 della new weave. Sussurro all'orecchio di Emily rispondo" si è britannico, famoso negli anni 80, autore di una canzone famosissima s'intitola Love Will Tear Us Apart scritta mentre si stava dividendo con la sua compagna Deborah s'è impiccato ad una rastrelliera fissata nella cucina di casa " le leggo l'inizio del testo della canzone dal foglio gettato da T. S. Elliot " when routine bites hard, and ambition are low, and the resentement rides high, but emotion won't grow, and we're changing our ways, taking different roads, then love love will tear us apart " cerco di tradurre il testo in Italiano - quando la routine morde duro, le ambizioni sono basse, il risentimento vola in testa, le emozioni non crescono, stiamo cambiando i nostri modi prendendo strade diverse, poi l'amore ci farà a pezzi - sono ipnotizzato dalle parole; entra in bar Slobodan l'amico che incontro ogni mattina al lavoro vestito da centurione romano fisico guerriero viso stralunato siede al tavolino si spalma una crema antiinfiammatoria sul ginocchio tra se maledice non so chi a voce alta si lamenta che ha i tendini infiammati mi mostra la custodia del farmaco voltaren gel mi dice che sta facendo la comparsa in un film storico dei fratelli Cohen sul set è estate c'è un caldo torrido gli è venuta voglia di mangiare un cocomero, gli dico che le cocomere d'inverno se ci sono le vendono alla Coop, mi risponde che non gli piace andare alla Coop vestito da centurione romano, chissà cosa pensa la gente, gli dico di non preoccuparsi di solito la gente che va ai supermercati non pensa; comunque non gli piace, mi chiede se in zona c'è un negozio di frutta, gli dico non so, avvia dal cellulare il navigatore per vedere se in zona c'è un negozio che a febbraio vende i cocomeri gli faccio gli auguri. T.S.Elliot mi mostra un altro cartello su cui c'è scritto- prima devi sapè perchè stai al monno, quando sai il perchè ce stai, te devi imparà a staccè- e ride a crepapelle - penso che sia un cartello antistorico, nessuno si pone più la domanda di sapere perchè si vive. Ian Curtis si allaccia la cintura ed esce dal bar mentre i baristi cinesi assorti nei loro giochi allo smarth phone pare abbiano un talento per la distrazione che è impareggiabile, guardano un film western parlato in tedesco sottotitolato in cinese e ridono come matti. Mi volto guardo Emily che ha cercato di tradurre il cartello vergato in romanesco da T.S.Elliot le direi che quando iniziai ad amare la poesia la prima cosa che feci fu imparare a memoria una sua poesia dopo aver letto Lezioni Americane di Italo Calvino ma taccio e penso alla mia Musa, guardo la televisione sul palco suonano i Rolling Stones un po' matusalemme sembrano morti che ballano, dalle nostre parti si dice: la morte ubriaca. Al tavolino nell'angolo Andy Wharol mangia un hamburger il cineasta della Factory lo inquadra per tutta la scena dello spuntino, nel finale Andy si presenta al pubblico " my name is Andy Wharol just finally eating hamburger " si alza si aggiusta la cravatta scompare dalla telecamera la quale registra la scena della vetrina oltre la vetrina un paio di gambe che passano svelte un cane di piccola taglia al guinzaglio annusa un angolo. Emily con mia sorpresa traduce il cartello in romanesco di T.S.Elliot sorride. Vedere i Rolling Stones nonostante siano eccellenti strumentisti mi deprime, sono delle carcasse. Se qualcuno di loro morisse mentre suona non mi stupirei: sarebbe uno scoop. Vedremmo la morte in diretta infinite volte, da tutte le posizioni come una lezione di kamasutra. Le gambe inquadrate dalla telecamera della Factory di Andy Wharol trasportano il corpo di un uomo corpulento che lega il cane al guinzaglio al muro entra parla in francese ha una Goluoise bianca gli penzola dalla bocca i baristi cinesi distratti lo ascoltano a braccia conserte sul bancone chiede un Pernot. Si guardano stupiti non sanno che cosa sia un Pernot. Da attore consumato il francese corpulento estrae dalla tasca per i due a bocca aperta una bottiglia di Pernot, sorride mi guarda: ho il nome sulla punta della lingua di sto tipo  l'ho visto in fotografia è  Jaques Prevèrt. L'aeroplano a motore di nome Pippo sorvola la zona della ferrovia una volta sulle nostre teste lancia distribuisce volantini. Jaques Prèvert esce dal bar col la bottiglia di Pernot in mano guarda in alto il volo della cicogna in ferro lo svolazzare dei volantini ne raccatta qualcuno rientra in bar assorto nella lettura. Col volto interdetto mi mostra il volantino dove non compare nessuna scritta. Ian Curtis cresciuto in una suburbia, smaliziato, con una moneta di alluminio magnesio delle 10 lire Italiane dove compaiono le due spighe di grano dall'altro lato l'aratro, gratta sul volantino, dove compare un messaggio un ologramma della Musa. Il cane legato al guinzaglio è un Jack Russel dal temperamento dinamico quando vede la gatta rossa di dove lavoro, la Mimina che salta sul davanzale per addentare la colomba, si divincola col collare inerte strisciante a terra la rincorre abbaiando con decisione. La colomba vola per tempo evita di diventare pasto per la Mimina, non le rimane che addentare la mano bonsai nel vaso il quale sente i denti aguzzi affondare nel legno lancia un urlo che atterrisce. Il Jack Russell fugge nell'angolo si lega il guinzaglio all'anella, la Mimina scompare. Leggo il messaggio ologramma della Musa, Ian Curtis si allontana senza chiedere di tradurlo. Emily non chiede, capisce. T.S.Eliot è disinteressato gioca alla slot machine Jaques Prèvert mi recita una sua poesia di amore. Qui est là / Personne / C'est simplement mon coeur qui bat /Qui bat très fort / A cause de toi / Mais dehors / La petite main de bronzesur la porte de bois / Ne bouge pas /Ne remue pas / Ne remue pas seulemente le petit bout du doigt. ( Chi è / Nessuno / E' solo il mio cuore che batte / Che batte forte forte / Per te / Ma fuori / La manina di bronzo sulla porta di legno / Non si muove / Non si agita / Non muove nemmeno la punta del dito ) Annuisco: lo so bene. Rodolfo miagola, fuori dalla vetrina mi ha individuato, cerca la porta di entrata, s'infila tra le gambe dei tavoli, di quelle umane, salta sulla sedia fa le fusa si accocola tra le gambe. Gene Hackman e Ava Gardner si siedono a tavolino al freddo lei indossa maglia gonna scuri in tinta, una pelliccia di volpe due orecchini d'oro ai lobi, Gene Hackman ha pantaloni di lana, giacca da caccia di tweed e cravatta di seta smeraldo un cappello con la piuma. Ava Gardner mi saluta Gene Hackman mi sorride il cane un kurzhaar, mi fa le feste mentre mi avvicino, è la Nori. Gene Hackman è mio nonno Ava Gadner mia nonna si toglie gli occhiali, rimuove con perizia l'occhio di vetro lo pulisce come una lente appannata l'infila di nuovo nell'incavo mi chiama Nìgò, il soprannome che usava quando ero bambino. L'ultima volta che li vidi a tavolino insieme, eravamo al lago di Lucerna negli anni 70: ordinammo un gelato, ce lo servirono in un bicchiere con un biscotto infilato di traverso. Del bicchiere ricordo tre petali in vetro, il gelato stucchevole come tutti i supermercati dove mia nonna amava andare. Li, la sua immaginazione, correva ragazza / donna superava panorami di misera guerra, la curiosità soddisfatta, il desiderio di stupirsi su tutti i prodotti, come ci si stupisce d'amore nelle fiabe, oltre ad essere novità da poter acquistare.  Mia nonna aveva una qualità, rendeva tutto il mondo che la circondava effervescente. Aveva avuto in dono assieme a mio nonno l'incanto della consuetudine. I boschi che circondavano la cittadina in cui vivevamo, le vetture che scorrevano sulle strade moderne di allora, l'architettura dei ponti simile al viso dei contadini del luogo, la ferrovia scorrevole dai locomotori pesanti, la neve che appesantisce le fatiche fisiche e allevia il senso mortale della vita, la luna magica illusione, il cielo stellato infinito corpo mistico in ognuno di noi; la magia di allora che è perduta, la incontro solo nelle poesie, mentre allora tutto risultava magicamente plastico vivo dentro e fuori, le persone seppur serie, ieratiche, brillavano. I miei nonni scompaiono, Rodolfo acciambellato non più sulla sedia ma sul termosifone dorme sereno quando torno. Il bar pare uno scheletro di cose senza nessuna anima, Emily ha lasciato il suo bicchiere di Daiquiri sul tavolo vicino alla tazzina di caffè, pago il conto me ne vado.        
         


                         

lunedì 23 gennaio 2017

quattrocentonovantaquattro




 - Gloria Swanson -


La tipa siede col tipo dal volto rurale, profuma di stucchevole, ha un accento volgare che non irrita, indossa stivaletti provocanti, conversa con fare risoluto da chi nella testa ha un pensiero la volta. E lo indirizza senza tanti fronzoli al tipo rurale di fronte: fare modesto, d'intelletto sagace su cose ovvie, opera pia nella gestualità, mondano senza strafare, di poche parole. La quale pseudo-vigile alle parole che giungono dal reale dal tipo rurale, legge messaggi al telefonino che le illuminano il volto coperto dalla penombra. Bevo il mio gin tonic: gin Bombay ha un gusto più rotondo, meno secco del Gordon. Il barman a volte me lo fa pagare 4 euro altre 6, dipende a che ora ci vado. Con la cannuccia nera mescolo il ghiaccio nel bicchiere, il tintinnio del vetro mi ricorda la battuta di John Lennon alla platea in teatro quando invitò a battere tutti le mani: quelli delle prime file potevano far tintinnare i gioielli. Le due ragazze poco più in là si amano si parlano lei mascolina giovane si alza dalla sedia si avvicina alla compagna amica, la bacia appassionatamente, si risiede, si rimette a dialogare ad alta voce da chi è abituato a dialogare nei locali dove la musica è ad alto volume. Lei mi dà le spalle, ascolta lo sfogo dell'altra lei, che in due battute si appiana, si guardano intensamente dicendosi, amore, cara, ti amo, si ribaciano, abbondano effusioni, si danno la mano, escono per fumare. Il mio gin tonic continua a tintinnare mentre mescolo il ghiaccio cerco la fettina di limone.  La tipa guarda il telefonino abbozza un discorso col tipo rurale: ...gli emigranti non è giustificabile che l'Italia... eccetera e ccetera, il tipo rurale le spiega che 20 anni prima non era così. La discussione si perde tra le note di Living on the edge di Marie. Bel & Grandmax. Laggiù la testa del barista apre il frigo a vetro osserva le etichette delle bottiglie. Un nord-africano alla moda con gli auricolari bianchi mi passa davanti, si ferma, assaggia gli stuzzichini al buffet. Il tipo dal volto rurale ha lo sguardo perso nel vuoto da animale malinconico, non sai cosa pensa, se ascolta; lei distoglie lo sguardo dal cellulare lo guarda senza dargli importanza, col tono da emancipata mentre sull'asse da stirare stira fazzoletti e mutande, gli dice che trova normale che una donna abbia amicizie maschili. Al rurale gli viene la tremarella nella voce, gli si gonfia il collo, la t-shirt sotto i pettorali con la scritta de puta madre spampana, irrigidisce esercita l'auto-controllo, laconico le dice " io non ho amiche ! " lei gli dice che lei si, ha amici, stentorea gli chiede" ...non sarai mica geloso... ? ".  Il rischio del litigio viene meno, lui si distrae sul fondoschiena di una delle ragazze tornata da fuori dopo aver fumato la sigaretta. La proprietaria del fondoschiena somiglia a Gloria Swanson in piccolo. Minuta come l'altra ragazza che assomiglia anch'essa ad un'attrice d'un film muto, più mascolina di Gloria Swanson. Si baciano come nel bacio di Robert Doisneau, al rurale gli si ingentilisce il volto guarda la sua tipa profumata, come si guarda la donna da un certo momento in poi. Le due innamorate si sciolgono dal bacio, si siedono, si ribaciano, si parlano all'orecchio, si distanziano, di nuovo si guardano carne e amore, la ragazza dice " io sono una ragazza insoddisfatta " guarda Gloria Swanson che le risponde, muove le mani, si libera alla luce un minuscolo tatuaggio, le unghie vermiglio brillano, le mani bianche diafane bellissime. " C'avresti un bel coraggio !" si sente dire da lui col volto rurale, che gli torna su un rimasuglio della discussione di qualche minuto prima " c'avresti un bel coraggio ! " la ragazza col cellulare in mano con prudenza femminile non risponde. Il tipo dal volto rurale insiste per portarla all'angolo della discussione. Nel silenzio che intercorre tra loro ordina una birra. La ragazza continua a messaggiare al telefonino, riprende la situazione in mano con calma gli sfiora idealmente i testicoli accarezzandolo tenta d'ingentilirlo come si fa con i tori. Gloria Swanson bacia al collo la ragazza che ama, paiono disinteressate da tutto tranne che amarsi, la ragazza risponde toccandole i seni, si alzano, s'illumina il cellulare, Gloria Swanson risponde ricomponendosi nella voce, raccoglie la borsetta, la sciarpa, entrambe s'indirizzano verso l'uscita. Salgono in macchina se ne vanno.