mercoledì 19 luglio 2017

cinquecentodiciassette


- Book is on the table -

Se ti ami all'eccesso cosa resta all'lterità ? Il nulla di classe avvolto nel plepo ideale ? L'inconsistenza utile d'un copione logoro ? Il volto di chi invecchia nei sensi crollati ? Vivere sotto l'egida della paura: non siamo fratelli usciti dalla stessa sofferenza ?
  

sabato 15 luglio 2017

cinquecentosedici


- Lovable woman -
 

La bella Inglese nel vestito di quarta su donna di prima, mostra la sua simpatia al limite dell'interesse. Mentre le figlie saltano nella nuvola di purezza e con le racchette in mano rincorrono la pallina col pizzo a cono; mi chiede: have you get a light ?  Le allungo l'accendino con cui può illuminare il cero e la notte a piacimento. Le dico "keep it". Al mattino nel viso magro, occhi in alga marina, col motore acceso sterza, si ferma lovable, mi annuncia il proseguimento: và in giro per l'Italia.  

cinquecentoquindici


- Abbazzia di Montecassino -

Le ragazze polacche si coprono le gambe prima di entrare. La statua di San Benedetto nel chiostro è circondata dalla siepe. Ai muri sotto i porticati lastre marmoree con frasi in latino. Dalla balaustra il panorama in miniatura; la vigna minuta qui sotto col vino in vendita che non è a buon mercato. Le colombe bianche evocano lo Spirito Santo, son prudenti nella coda scomposta ricamo d'un fazzoletto stropicciato, sui gradini; altre sbucano tra le decine di piedi in marmo di balaustre, atterrano sul capo della statua ad ali aperte con frenesia ricercano l'equilibrio.

cinquecentoquattordici


 - Matera -

I camerieri zelanti come difensori arcigni di squadre di calcio, dal sorriso gioviale la stanchezza di mezz'età il primo; orecchino al lobo capelli folti radi al centro da violinista chiacchiera pronta all'uso allo stop: comme vous voulez messieur; l'altro. Taciturni, ascelle nuvola sudata nella camicia, roteano a turno il periplo del tavolo cui mangiamo. Dopo la tagliata, grana rucola una birra media: torno tra i vicoli. Da città degli stenti: Cristo si è fermato a Eboli, alla supremazia architettonica. B.Buozzi la via costruita nel ventennio che congiunge i due rioni dei sassi di Matera. Caveoso / Barisano. Gente nelle piazzette, seduta, a zonzo, piccoli concerti unplugged su sgabelli, l'umanità elegante ai tavoli, la vitalità di vicoli vuoti, silenzi da pentagramma, scorci allacciati al diadema inestricabile chiese, volti, insegne, musica che compare ed emerge al buio della sera al panorama di luci ora calde ora fredde. Scendo i gradini di Sant'Antonio, risalgo il vicolo, la scritta murale dell'innamorato - niente dura per sempre, vuoi essere il mio niente per la vita ? - Dalla piazza del Duomo: il panorama verso il basso mi si presenta ad anfiteatro notturno; un alveare illuminato di minuscole case in pietra una sull'altra.

mercoledì 12 luglio 2017

cinquecentotredici



 Metaponto

Le strade rabberciate con chiazze di bitume, larghe crepe, numerose depressioni, l'oasi del parco archeologico un momento salvifico: soccorre. Curvo, il cartello indica il santuario Apollo di Licio. Il parco archeologico. Nella completa solitudine, passeggiamo tra le rovine il sole a picco. La plateia, l'ekklesiasterion, il tempio di Hera, di Dioniso, Atena, Apollo, Artemis, il sacello d'Apollo Aristeas, Santuario orientale, tombe romane, l'agorà, tempio Ionico, l'architrave, fregi decorati. Non mi và di chiudermi in museo per continuare la visita, mi metto alla ricerca delle tavole palatine. Non ho idea di cosa possano essere, non ho un opuscolo, non ho una guida, seguo le indicazioni in tangenziale. Cartelli sbiaditi più sbiaditi della parola sbiaditi non aiutano; dubbioso supero il sotto ponte pieno d'immondizzia, di fronte alla struttura, sul muro lo stentoreo Antiquarium Metaponto. Nessuno in biglietteria, dietro la palazzina una cancellata, un giardino con alberi, panche, tavoli, giochi per bambini, siepi, oleandri; svetta quello che rimane d'un affascinante tempio Greco. L'entrata principale serrata, l'entrata laterale aperta. C'incamminiamo, riconosco il regista in visita con l'attrice, indossa il Borsalino ecrù, non parla una parola di Italiano, con loro una donna dal volto intelligente. Ammirano osservano, leggono traducono gli accenni storici del luogo, se ne vanno. 

martedì 11 luglio 2017

cinquecentododici


- Gaeta -

 Sull'hotel campeggia l'insegna Gajeta, nella piazzetta assolata il fazzoletto d'ombra ospita il tavolo del rinfresco. Gli invitati hanno, chi la cravatta slacciata, chi la giacca sbottonata, chi l'abito cangiante color piombo appiccicato al busto, alle gambe dal vento che soffia, chi l'abito lungo che si gonfia su tacchi a spillo instabili. La chiesa del porticciolo svetta sul litorale, una più elevata la sovrasta per forma, importanza, non per autenticità. Nello svincolo presso la scogliera il frenetico esserci e scomparire nel traffico; al semaforo il tipo di colore vestito da giocatore di golf non lava i parabrezza delle vetture, chiede direttamente l'elemosina; l'evoluzione è inesorabile, avviene in tutti campi del sapere. Il lungo mare simile a centinaia di altri ha qualche angolo lezioso, qualcun'altro incantevole. Il Vigile Urbano mi consiglia di spostarmi dal parcheggio vietato: ho pagato, ci mettiamo d'accordo. Mangio, guardo il mare, una cartolina a colori vivaci sbiadita dal consueto. Mi fermo al bar, il barista mi fa un pistolotto in sottotraccia mentre mi serve il caffè, per via della sacralità del saluto; lo ascolto, mi accodo, gli dimostro tutta la mia indignazione nei confronti di quei maleducati che non salutano. Pago, me ne vado, lo saluto il doppio. Accendo il quadro, avvio il motore.         

cinquecentoundici


- hic sunt leones -

La tizia non è ricercata nel biondo, il tipo con la barba curata ha i pensieri sulle montagne russe soffre di vertigine simula tranquillità. Mi chiede cosa voglio: la ragazza che ha di fianco dietro il banco è formosa indossa un'abito grigio il volto grossolano beve a collo l'acqua dalla bottiglietta ha stampato in viso l'espressione di chi attende risposta ad una domanda. I due carabinieri sbucano dal bagno con audacia militaresca e presenza scenica, uno inforca gli occhiali da sole, l'altro si allaccia la cintura dei pantaloni. Gli altri due avventori che sembrano del luogo, paiono carabinieri in borghese. Uno ha  un cappello da baseball in testa, l'altro fa il ragazzino con la faccia normale da pensionato indossa una t-shirt a righe verticali, legge il giornale ma si vede lontano un miglio che non si fa gli affari suoi. I due pensionati diciamo cosi, paiono matti, o perlomeno turbati da una monomania, non so cosa me lo faccia pensare; niente, è semplicemente la postura dei pedoni sulla scacchiera della hall di questo bar di periferia. Ricordo la medesima scena in un luogo analogo con persone sui generis. Fu quando entrai al bar di fronte al manicomio - Il barista mi chiede nuovamente cosa voglio, gli dico " un caffè scecherato ". - Fu un'esperienza curiosa, ricordo che uno di questi avventori minacciò una ritorsione alla barista, la quale con una calma serafica sfoderò come da copione una risposta efficace, che il sui generis, accettò senza controbattere, nelle proprie dinamiche mentali, rimanendo zitto, si sedette cercando un angolo nel bar. Un altro sui generis con una giacca di pannetto marrone aveva guardato la sceneggiata con l'espressione torva riprovevole di fatto non intervenendo e non sarebbe mai intervenuto, nello sdegno facendomi comprendere che quella era la sua espressione standard. Il silenzio dopo il diverbio si era appesantito lasciandomi ipnotizzato stranito su queste figure aliene, le quali non erano le uniche in quel bar, ma con mia somma sorpresa riempivano il locale. Mi resi conto che ero capitato in un bar frequentato da sui generis, scriteriati, svitati, forse con istinti omicidi; per un attimo mi sentii perduto se non fossi uscito immediatamente, mi sentii animale in trappola, ma allo stesso tempo ne ero affascinato. I loro volti contorti / spiritati / girovaghi / gemellati al vacuo / all'impossibile / mai sereni sempre profondamente convinti di qualcosa di micro o qualcosa di macro, mi si svelavano vieppiù rimanevo a banco a sorbirmi il mio caffè. I due pensionati che paiono carabinieri, non sono sui generis, evocano la particolarità, in questo caso evocano un momento che avevo completamente perduto nella memoria. La tizia non ricercata nel biondo, siede alla cassa ha il telecomando in mano e cambia il canale di trasmissione. Il DJ con i baffi seduto nello studio ripreso dalle telecamere dice un'ovvietà al microfono. Il carabiniere col volto che non si sviluppa in fuori, ma rimane nell'ovale come una civetta si siede. Quello con gli occhiali da sole, ha un sorriso d'intesa con la tizia non ricercata nel biondo, la quale contraccambia. Tre facce da zingari entrano nel bar. Pago il caffè. La famigliola a colazione all'entrata seduta a tavolino pare sia in preda ad una nevrosi da consumo croissant, ma riesce a parlarsi gutturalmente. L'insegna del bar non l'avevo vista all'entrata, la noto rotta all'uscita, le vetrine sporche rendono il bar una spelonca, di quelle notturne frequentate da tagliagole pendagli da forca con le risse all'ordine del giorno che creano intesa e socializzazione da periferia. Nell'andarmene provo una sensazione di leggerezza. Accendo il quadro.